Intolleranze alimentari

Cosa sono.

Le intolleranze alimentari sono una reazione di natura tossica ad alcuni nutrienti e/o alimenti, che, contrariamente a quella delle allergie, è una reazione lenta e progressiva. Essa non è mediata dal sistema immunitario e dalle IgE (immunoglobuline di tipo E), che sono invece coinvolte nelle allergie alimentari . Un’ipotesi etiopatogenetica vorrebbe queste sindromi d’intolleranza legate ad una reazione mediata dalle IgG (Immunoglobuline di tipo G), il che giustificherebbe l’esame ematico del dosaggio delle IgG, verso alcuni nutrienti, come indice di tossicità. Ma questa ipotesi diagnostica non è stata validata scientificamente, stante la difficoltà di uno studio prospettico controllato, soprattutto per la varietà e poliedricità della sintomatologia, che determinano un bias nel creare parametri valutativi oggettivi. Da qui la difficoltà ad effettuare una diagnosi certa e una diagnosi differenziale con sintomatologie simili, come le allergie alimentari, in particolare quella al frumento, e la celiachia.

Sintomi poliedrici

Sintomi poliedrici

Epidemiologia

La problematica delle intolleranze alimentari non è di poco conto, se si considera che studi europei stimano una percentuale di incidenza nella popolazione generale intorno al 13% nei bambini e al 10% negli adulti. Inoltre si consideri che tali numeri sono certamente per difetto, poiché esistono forme incerte o forme di sovrapposizione sintomatologica con la celiachia vera e propria, con la sensibilità non celiaca al glutine, con l’allergia al frumento, con le allergie alimentari in senso esteso e con le malattie funzionali dell’apparato digerente .

La storia

Il Medico dell’antica Grecia Ippocrate parlava di malesseri legati all’ingestione di latte di mucca e questo dimostra che il problema è molto antico.

Ippocrate

Ippocrate

Le reazioni avverse al cibo costituiscono un problema non ancora risolto della Medicina: infatti, in alcuni casi, non sono chiari i meccanismi patogenetici e c’è incertezza sulla sintomatologia clinica, sulla diagnosi e sui test che vengono utilizzati per effettuarla. Il mondo della ricerca gastroenterologica ha dimostrato la grande diffusione di questi disturbi e il loro impatto sociale; e studia, con le più moderne tecnologie a disposizioni, le possibili cause. Le Ditte Farmaceutiche seguono queste ricerche, anche per i possibili ed evidenti risvolti economici di profitto che ne potrebbero derivare.

L’American Academy of Allergy Asthma and Immunology ha proposto una classificazione che utilizza il termine generico “reazione avversa al cibo”, distinguendo poi tra allergie e intolleranze: le allergie sono mediate da meccanismi immunologici; nelle intolleranze, invece, la reazione non è provocata dal sistema immunitario.

Una classificazione simile, proposta dalla European Academy of Allergology and Clinical Immunology, introduce la distinzione tra reazioni tossiche e non tossiche. Le reazioni tossiche, o da avvelenamento, sono causate dalla presenza di tossine nell’alimento e dipendono esclusivamente dalla quantità di alimento tossico che viene ingerito; un tipico esempio di reazione tossica è l’avvelenamento dovuto all’ingestione di funghi. Le reazioni non tossiche, invece, dipendono dalla suscettibilità dell’individuo e si suddividono in allergie e intolleranze.

Quindi: Reazioni avverse al cibo = a) tossiche b) non tossiche = b1) allergie; b2) intolleranze. Questo è uno schema molto semplificato.

L’intolleranza è una reazione dell’organismo a cibi comuni, innocui per la maggioranza delle persone sane, che, nel Paziente intollerante, sono uno stimolo tossico, capace di determinare numerosi sintomi. Per dare questi effetti, tali nutrienti devono essere assunti a lungo e in quantità elevate, creando una sorta di accumulo, che dà luogo ai vari disturbi. L’organo coinvolto in questo processo è in primo luogo l’intestino, che recepisce alcuni cibi come “tossici” e scatena reazioni infiammatorie. Queste, ripeto, non sono mediate dal sistema immunitario allergico, e in ciò sta la differenza con le allergie.

Spesso i Pazienti accusano disturbi per anni, provando ogni tipo di cura, senza accorgersi che tutto può dipendere da un certo nutriente, non gradito al loro metabolismo.

I sintomi sono i più svariati, cefalea, sonnolenza, ansia, stipsi, gonfiori, infezioni

ricorrenti e persistenti, capogiri, stanchezza cronica, dermatiti, improvvisi cambiamenti di peso, astenia, insonnia, forme lievi di depressione.

La stanchezza cronica è a sua volta una patologia

La stanchezza cronica è a sua volta una patologia

Alcuni nutrienti possono essere responsabili, a seconda del Paziente, sia di forme d’intolleranze che di allergia, determinando allergie in uno e intolleranze in un altro.

Se i sintomi sopraggiungono dopo ingestione ripetuta e continuata di nutrienti come il grano, i latticini, le uova, ecc. …, si parla senza di dubbio d’intolleranza. Le manifestazioni ricordano le allergie alimentari, ma, il fatto che i disturbi sopravvengano dopo lunga esposizione alla sostanza, permette di fare diagnosi differenziale. Ma le stesse sostanze citate ad esempio possono, in altri soggetti, determinare reazioni allergiche con il coinvolgimento delle Immunoglobuline di tipo IgE.

Inoltre, mentre per le reazioni immunomediate, vale la legge del tutto o nulla, perchè, almeno in linea teorica, nelle allergie propriamente dette (non nelle pseudo-allergie, la reazione del Paziente non dipende dalla quantità dell’alimento assunto, ma basta il contatto, anche minimo, con il nutriente, che ha precedentemente sensibilizzato il Paziente.

Nelle intolleranze, invece, la quantità di cibo introdotta è direttamente correlata all’evento avverso.  Si pensi all’intolleranza al lattosio e alle domande che spesso lo Specialista si sente rivolgere, circa la presenza di eccipienti, in alcuni medicinali. La quantità minima, utilizzata per quel fabbisogno, nella stragrande maggioranza dei casi, è ininfluente ai fini di una reazione avversa. Viceversa, nel caso di un’allergia, anche una minima quantità di allergene può scatenare tutta la cascata immunitaria dell’allergia.

Nell’ampia definizione di reazioni avverse agli alimenti, rientra qualsiasi fenomeno anomalo, correlato all’introduzione nell’organismo di cibi o sostanze in essi contenute, come conservanti e coloranti. Questi fenomeni anomali possono essere definiti come tossici o non-tossici.

Conservanti alimentari

Conservanti alimentari

Reazioni tossiche: sono quelle che interessano tutti gli individui e sono dipendenti dalla dose del tossico ingerito. Il problema si verifica solo se si assume una certa quantità dell’alimento.

Reazioni non-tossiche: sono quelle che interessano solo alcuni soggetti e possono essere indipendenti dalla dose (allergie alimentari) o dipendenti da questa (intolleranze). A loro volta, le reazioni non tossiche si dividono in:

reazioni ad origine immunologica: la vera “allergia alimentare”;

reazioni ad origine non immunologica: le cosiddette “intolleranze alimentari”.

Il termine “intolleranza” si riferisce all’incapacità, per certi individui, di “tollerare” l’introduzione di un dato alimento, in termini biochimici o metabolici e questi meccanismi non hanno nulla a che fare con le funzioni del sistema immunitario. Tre sono le possibili cause delle reazioni da intolleranza alimentare:

  • mancanza parziale o totale degli enzimi che servono a digerire e processare quello specifico nutriente: per esempio, carenza relativa o assoluta di lattasi nell’intolleranza al lattosio;
  • esagerata reattività biochimica e metabolica a molecole presenti in determinati alimenti; è questo il caso, per esempio, della molecola denominata tiramina, presente nei formaggi stagionati, che provoca la comparsa di cefalea in individui intolleranti nei suoi confronti;
  • una terza categoria di reazioni agli alimenti, non-tossiche e non mediate dal sistema immunitario, si definisce idiopatica, in quanto non è possibile individuare i meccanismi che la provocano.

Le intolleranze da carenze di enzimi sono le più frequenti reazioni non-tossiche non-immunomediate. Il tipo più diffuso è l’intolleranza al lattosio, uno zucchero presente nel latte. Essa è dovuta alla carenza di un enzima, chiamato lattasi, che serve a processare il lattosio. La mancata metabolizzazione di questo zucchero determina i sintomi di gonfiore, flatulenza, dolore addominale, diarrea osmotica. La funzione immunitaria non è chiamata in causa e l’entità dei disturbi è direttamente proporzionale alla quantità di lattosio ingerita e inversamente proporzionale alla quantità di lattasi, sulla quale l’organismo può fare affidamento.

Un altro esempio di intolleranza, dovuta ad una carenza enzimatica, è il favismo. Questo è un’anomalia genetica che interessa alcuni enzimi, contenuti nei globuli rossi. Nota fin dall’antichità come “malattia delle fave”, questa patologia comporta l’assoluta necessità di evitare l’assunzione di fave e altri alimenti, come piselli e verbena, alcuni farmaci e sostanze particolari. Nei Pazienti fabici si registra un deficit di un enzima, la glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD): questa carenza comporta gravi conseguenze a livello degli eritrociti (globuli rossi), poiché il G6DP è essenziale per la loro sopravvivenza.

L’assunzione di particolari alimenti e nutrienti potrebbe inibire l’enzima G6DP, determinando gravi conseguenze per l’organismo, tra cui l’emolisi acuta dei globuli rossi e l’ittero.

Il soggetto affetto da favismo, dopo 12-48 ore dall’ingestione di piselli, fave o alcuni farmaci, presenta ittero giallastro, che talvolta tende al verde, le sclere oculari appaiono color giallo intenso, le urine scure. La rapidità d’insorgenza e la gravità sono comunque correlate all’entità di assunzione della sostanza tossica ed è esclusa ogni partecipazione del sistema immunitario in questa patologia.

Se il favismo si manifesta in forma grave, il soggetto potrebbe avere un collasso cardiocircolatorio: l’ittero è causato da un’alta concentrazione nel sangue di bilirubina, prodotto catabolico dell’emoglobina contenuta nei globuli rossi. Se l’ittero progredisce, la malattia può evolvere nella forma più grave di kernittero, un’encefalopatia bilirubinica, dovuta al deposito di questa nel cervello, con conseguente danno cerebrale.

Esistono varie forme di favismo e, in base alla gravità, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) distingue cinque livelli, in ordine decrescente di gravità clinica:

i primi due esprimono una deficienza grave (anemia emolitica cronica / insufficienza renale acuta ed emolisi ad intermittenza), il terzo rappresenta una deficienza lieve (emolisi manifestata solo in caso di contatto con sostanze ossidanti, come fave, piselli, farmaci analgesici, naftalina etc.), mentre gli ultimi due non comportano nessun effetto clinico pericoloso.

La malattia delle fave è trasmessa ereditariamente con il cromosoma X (come carattere recessivo connesso al cromosoma sessuale X): per questo motivo i maschi sono maggiormente colpiti rispetto alle femmine, che in genere sono portatrici sane.

Prevenzione e terapia del favismo

L’unica cura è la prevenzione e l’astensione dall’assunzione di fave e piselli; devono essere banditi farmaci analgesici, antipiretici, antimalarici, blu di metilene, naftalene, sulfamidici, FANS ed alcuni antibiotici.

Le trasfusioni di sangue, nel caso di una crisi emolitica acuta, e la dialisi sono salvavita. In alcuni casi, la rimozione della milza potrebbe essere l’unica soluzione.

La diagnosi attenta e scrupolosa della malattia è essenziale prima di adottare qualsiasi trattamento: il test diagnostico è la dimostrazione della carenza dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi all’interno degli eritrociti.

Subittero sclerale in bambino fabico

Subittero sclerale in bambino fabico

Le intolleranze chiamate farmacologiche sono quelle dovute all’azione di alcune sostanze, che possono essere presenti negli alimenti o prodotte dall’intestino, a partire dai nutrienti ingeriti, per azione del microbiota.

Infine, la reazione avversa può essere contro alcuni additivi aggiunti agli alimenti. In questo caso non è facile stabilire se si tratti di intolleranza o di allergia: non ci sono prove che la reazione abbia basi immunologiche, ma le manifestazioni sono così variabili e spesso così simili ad una reazione allergica, che non si può escludere la possibilità di un’interazione tra meccanismi biochimici e meccanismi immunitari.

Gli additivi che dànno più frequentemente reazioni sono gli stessi che possono determinare fenomeni allergici, e cioè i nitriti, i solfiti, i nitrati, il glutammato di sodio e alcuni coloranti.

Una forma molto particolare d’intolleranza è la celiachia. In questa forma patologica, scatta un meccanismo immunologico di autoimmunità, causato dal glutine, in quanto gli anticorpi, che si formano contro questo nutriente, aggrediscono anche i villi intestinali del Paziente.

Sintomi e complicanze delle intolleranze

La sintomatologia associata alle intolleranze alimentari è estremamente variabile: in genere si riscontrano sintomi prettamente intestinali come dolori, diarrea, vomito. Spesso i Pazienti lamentano disturbi svariati, come cefalea, astenia, vertigini. Le allergie, invece, sono scatenate da meccanismi immunologici ed i sintomi possono essere anche cutanei e respiratori.

Il vasto e controverso capitolo delle intolleranze

Il vasto e controverso capitolo delle intolleranze

La sintomatologia legata alle intolleranze può in alcuni casi divenire cronica, mentre le allergie sono per lo più fenomeni acuti e possono avere anche complicanze gravi, fino allo shock anafilattico.

Diagnosi

La diagnosi di intolleranza alimentare è una diagnosi di esclusione ed è possibile solo dopo aver indagato ed escluso tutte le altre patologie correlate ai sintomi e l’eventuale allergia al nutriente indagato.

L’indagine diagnostica più utilizzata per individuare il nutriente responsabile dell’intolleranza alimentare è quella empirica di eliminare dalla dieta, per due o tre settimane, i cibi sospettati dal Paziente stesso. Poi si reintroducono, uno per volta, i cibi esclusi, e si valuta quale di essi provoca i disturbi. A questo punto si verifica, con i test diagnostici di Prist e Rast, o, più raramente, con quelli cutanei di Prick test, se è coinvolto il sistema immunitario. In caso positivo, si parla di allergia e non d’intolleranza.

Questo metodo è semplice ed economico, ma oggi esistono anche “test alternativi” per diagnosticare le intolleranze alimentari, che però spesso sono privi di attendibilità scientifica e non hanno dimostrato efficacia clinica. Tra questi, il test citotossico, che si bassa sulla valutazione empirica di modificazioni morfologiche degli elementi corpuscolati del sangue, messi a contatto con i nutrienti indagati.

Test che dosa le Immunoglobuline G

Test che dosa le Immunoglobuline G

Un altro test, sempre ematico, basato sul dosaggio delle immunoglobuline, avverse al singolo nutriente, ha una maggiore validità scientifica, anche se non è riconosciuto dalla Medicina ufficiale.

Uno di questi è il Test FInDER (Food Intolerance Digitalized Elisa Reader), che si basa sulla tecnologia computerizzata ELISA e, attraverso un lettore digitalizzato, individua la presenza di anticorpi IgG verso un kit 50, 92 o 184 alimenti, interpretati come antigeni.

Per fare diagnosi d’intolleranza alimentare, è necessario escludere che si tratti di malattia celiaca.  Per fare questo, ci si basa su test anticorpali ematici, che vanno effettuati sul Paziente che non sia sottoposto alla dieta priva di glutine, altrimenti i test non sono validi.

Il gold standard diagnostico rimane sempre l’esame istologico della mucosa del piccolo intestino, per fare il quale occorre eseguire una gastroscopia e fare biopsie della mucosa del duodeno. È opportuno, nei casi sospetti, eseguire, sul campione di tessuto di mucosa duodenale, l’immunoistochimica per la ricerca dei linfociti CD3, determinando la quota dei linfociti T intraepiteliali, in rapporto al numero 100 enterociti.

La ricerca genetica degli alleli HLA DQ2/DQ8 ci indica la compatibilità, ma non la certezza di malattia.

La presenza di una delle combinazioni HLA di predisposizione determina un aumento del rischio di celiachia, mentre l’assenza delle stesse rende improbabile lo sviluppo della malattia. Si tratta di un test genetico che, pur non avendo un significato diagnostico assoluto, può contribuire a risolvere casi dubbi; viene soprattutto utilizzato per il suo significato predittivo negativo, in quanto soggetti negativi per DQ2, DQ8 e DQB1*02 ammalano molto raramente.

In casi particolari e selezionati, può essere opportuno e necessario ricorrere alla ricerca di anticorpi anti-transglutaminasi, direttamente sulla mucosa duodenale. Questi anticorpi vengono prodotti, in maniera dipendente dall’assunzione di glutine, esclusivamente da parte dei linfociti, che si trovano nella mucosa intestinale. La loro presenza nel siero avviene successivamente e consente la diagnosi della malattia, semplicemente con il loro dosaggio ematico. Può succedere che, per tempi anche lunghi, in presenza o meno di segni clinici e istologici conclamati, questi anticorpi non siano presenti nel siero, ma solo sulla mucosa del duodeno (malattia subclinica o latente). Essi possono essere ricercati direttamente su sezioni di biopsia intestinale, con una tecnica di immunofluorescenza, che fa uso di anticorpi marcati.

Un’altra metodica, molto utile nei casi dubbi, è quella della coltura di cellule della mucosa duodenale, posta in terreno in vitro con gliadina. I Pazienti celiaci producono anticorpi sia verso componenti dei cereali (anticorpi anti-gliadina AGA), che verso matrici proteiche dei tessuti (anticorpi anti- reticulina, anticorpi anti-endomisio EmA). E’ stato però evidenziato che, almeno in una piccola parte di soggetti celiaci, ed esattamente in coloro che non hanno un danno dei villi intestinali molto marcato, la ricerca degli EmA nel siero può risultare negativa. Per questi Pazienti la sensibilità diagnostica degli EmA scende notevolmente.

Alcuni Ricercatori italiani, in una ricerca pubblicata su “The Lancet” nel 1996, evidenziavano che soggetti celiaci a dieta priva di glutine e con mucosa intestinale istologicamente normale, avevano un’uguale risposta della loro mucosa intestinale, se al mezzo di coltura veniva aggiunta la gliadina. Quindi, in una mucosa di un celiaco in remissione clinica (quindi senza alcuna alterazione istologica) era possibile ottenere la produzione di EmA, aggiungendo della gliadina al mezzo di coltura, così da scatenare la risposta immunitaria. Questi risultati sono stati la prova che l’intestino è la sede di produzione di un auto-anticorpo, l’EmA (anticorpo anti-endomisio) e che questo fenomeno avviene precocissimamente al contatto con la gliadina.

Nella pratica clinica è possibile utilizzare questi concetti, sottoponendo a biopsia intestinale Pazienti con diagnosi dubbia. Se la sua mucosa produce EmA, nel corso della coltura “in vitro” con gliadina, si può confermare la diagnosi. Questo è l’esame così definito di “challenge in vitro”, cioè della coltura duodenale in vitro. Quest’opportunità non è da sottovalutare, se consideriamo quanti casi di diagnosi dubbie di celiachia giungono a Noi Gastroenterologi. Per i Pazienti che sono già a dieta priva di glutine da molto tempo, l’attendibilità di questa metodica è troppo scarsa perché si possa evitare l’obbligo al Paziente di passare a dieta libera, per rivalutare la risposta clinica ed istologica. Il “challenge in vitro”, cioè la coltura in vitro di biopsia duodenale con gliadina, anche se molto importante nei casi dubbi, non consente l’evitamento di riesporre i Pazienti al glutine, condizione necessaria per rivalutare la diagnosi.

Un’altra diagnosi differenziale da tener presente in questi casi è quella con l’allergia al frumento . in questi casi dubbi è opportuno seguire una flow chart diagnostica che preveda l’esclusione di una patologia allergica, procedendo nel solito programma di dosaggio ematico delle IgE (Prist e Rast) e anche dei Prick test. Va esclusa la celiachia, con le metodiche suddette.

Per concessione di medicina360.com: la scienza ufficiale non riconosce la validità degli anticorpi IgG verso i nutrienti testati. Tuttavia, questo metodo è il più accettabile sul piano della scienza medica

Per concessione di medicina360.com: la scienza ufficiale non riconosce la validità degli anticorpi IgG verso i nutrienti testati. Tuttavia, questo metodo è il più accettabile sul piano della scienza medica

Se i test diagnostici suesposti risultano negativi, si rimane nel campo delle intolleranze. Quella definita “sensibilità non celiaca al glutine” (o “gluten sensitivity) è particolarmente subdola, in quanto mima, sotto molti aspetti, la malattia celiaca. Da questa si differenzia, sostanzialmente, per la mancanza dell’auto-immunità, presente nel morbo celiaco.

È chiaro, da quanto detto, come sia fondamentale, ma, allo stesso tempo, complessa la diagnosi differenziale delle reazioni avverse ai nutrienti, sia perché si accavallano tra loro, sia perché si possono confondere con le malattie funzionali dell’apparato digerente.

Dermatite per reazione ad alimenti

Dermatite per reazione ad alimenti

Oltre alle indagini di laboratorio e strumentali, la clinica deve guidare il Medico. L’allergia alimentare è un fenomeno complesso, che comincia con la fase della “sensibilizzazione”, che avviene quando l’organismo viene a contatto con una o più proteine di origine alimentare, che non riconosce come proprie. Esso allora inizia a produrre anticorpi specifici, appartenenti alla classe IgE, per tentare di neutralizzare le sostanze, che legge come estranee. Questi anticorpi interagiscono con particolari recettori, presenti sulla superficie dei mastociti.

Nella fase di sensibilizzazione, il Paziente non ha sintomi, ma, ogni qualvolta l’organismo entrerà successivamente in contatto con l’antigene, verso cui si è sensibilizzato, scatenerà la reazione allergica. Questa è innescata dalla degranulazione dei mastociti, con una cascata di eventi, tra i quali la liberazione di mediatori chimici, come l’istamina.

La reazione allergica può scatenarsi in pochi secondi dall’esposizione all’antigene, oppure comparire soltanto dopo un certo lasso di tempo. Per esempio, l’allergia al pelo di gatto può manifestarsi a 24 ore di distanza. Le allergie di origine alimentare compaiono abbastanza rapidamente.

Una caratteristica delle allergie alimentari è che, dopo la sensibilizzazione, è sufficiente una minima dose di antigene per scatenare la reazione. Perciò il Paziente allergico deve limitare il più possibile i contatti con l’alimento verso cui si è sensibilizzato.

Possibili sintomi di allergie alimentari

Possibili sintomi di allergie alimentari

L’intolleranza alimentare causa alcuni sintomi tipici delle allergie alimentari, come nausea, vomito, diarrea e crampi addominali. Ecco il motivo per il quale si tende a confondere le due patologie. In realtà, le intolleranze alimentari, a differenza delle allergie, sono sempre legate ad una dose soglia del nutriente incriminato, che ogni individuo dovrebbe conoscere, per evitare di sorpassarla. Un’altra differenza fondamentale è che, nell’intolleranza alimentare, non viene mai coinvolto il sistema immunitario.

Nella maggior parte dei casi, l’intolleranza alimentare è legata a disfunzioni di tipo enzimatico, come la carenza o la totale mancanza di enzimi necessari per digerire taluni nutrienti. E’ noto il deficit di lattasi, enzima necessario per la digestione dello zucchero presente nel latte.

La differenza tra allergie alimentari e intolleranze è tuttavia sottile e spesso non è compresa appieno, soprattutto dai non addetti.

Entrambe sono reazioni non tossiche e interessano solo alcuni pazienti i quali, per cause genetiche o acquisite successivamente, presentano una sensibilità verso alcuni nutrienti.

Le allergie alimentari, ripeto, sono reazioni repentine e sono mediate dal sistema immunitario. Quasi sempre le proteine, contenute in determinati alimenti, inducono la produzione di anticorpi, le immunoglobuline di tipo E (IgE), che attivano i mastociti, cellule che rilasciano sostanze, come l’istamina, che provocano sintomi quali il prurito, la tosse e la rinite. Queste allergie alimentari si chiamano IgE mediate e sono per lo più ereditarie.

Altre forme di allergie, invece, derivano da meccanismi di difesa, non mediati dalle Ig-E e coinvolgono altre cellule immunitarie, i Linfociti T. Bisogna fare attenzione, perché questo meccanismo è comune ad alcune forme di intolleranza. Le intolleranze sono mediate da un’attivazione dei linfociti B, con produzione di anticorpi IgG e IgA, provocata da frazioni proteiche del cibo, ma possono essere coinvolti anche i linfociti T e le interleuchine.

Le allergie alimentari IgE-mediate determinano disturbi che compaiono subito dopo l’assunzione dell’alimento in causa.

Le intolleranze alimentari sono più frequenti delle allergie e determinano reazioni lente, che possono insorgere dopo ore o giorni dall’ingestione ripetuta dell’alimento. Sono provocate da macronutrienti, micronutrienti, additivi, oligoelementi presenti nel cibo ingerito ed hanno un meccanismo patogenetico non sempre conosciuto. Possono essere dovute a carenza enzimatica dell’organismo, ad effetti irritativi sulla mucosa intestinale, ad effetti derivanti dalla fermentazione di residui alimentari o ad altre cause ancora sconosciute.

In caso di carenza enzimatica, si hanno problemi assimilativi, che possono essere indagati, per esempio con i test del respiro (Breath Test). Ovvero può trattarsi di una reazione dell’organismo a sostanze, presenti negli alimenti o prodotte successivamente dall’intestino per fermentazione, e la reazione si ripresenta ad ogni assunzione ed è dose-dipendente. È questo anche il caso delle pseudo-allergie alimentari.

Per la reazione allergica è sufficiente il contatto con una minima quantità di allergene, mentre per una reazione d’intolleranza alimentare è necessaria un’ingestione continuativa del nutriente incriminato, verso il quale l’organismo diventa particolarmente sensibile. Le intolleranze sono perciò “dose-dipendente” ed assomigliano, in questo, al meccanismo d’azione delle sostanze tossiche.

L’allergia è una reazione dell’organismo contro molecole estranee. Questa reazione è indotta dal sistema immunitario e, nel caso delle allergie alimentari, l’antigene è rappresentato dalle proteine contenute in determinati alimenti.

I nutrienti sono formati da un elevato numero di sostanze, prevalentemente glicidi, lipidi e protidi, composte a loro volta da molecole, le quali hanno un potenziale potere antigenico. In alcuni Pazienti, queste molecole determinano problemi allergici, perché arrivano a stimolare il sistema immunitario.

Intolleranza al lattosio

La più comune intolleranza enzimatica è quella al lattosio, generalmente ereditaria e molto diffusa in Asia e in alcune regioni dell’America. In Europa, è più frequente nelle aree mediterranee, tra cui l’Italia e meno nel Nord.

Il lattosio è lo zucchero contenuto nel latte. Prima di essere assorbito e utilizzato dall’organismo, il lattosio deve essere scomposto nelle sue componenti, il glucosio e il galattosio. Perciò è necessario un enzima chiamato lattasi. Se non vengono prodotte sufficienti quantità di lattasi, una parte del lattosio può non essere assorbito.

La lattasi scinde il lattosio

La lattasi scinde il lattosio

La scarsa produzione di lattasi non implica necessariamente l’intolleranza al lattosio. Questa intolleranza può essere controllata dall’utilizzo di enzima artificialmente prodotto e ridotta attraverso la graduale reintroduzione nella dieta dei cibi contenti lattosio.

La sintomatologia è dose-dipendente: maggiore è la quantità di lattosio ingerita, più evidenti sono i disturbi e i sintomi. Questi sono flatulenza, diarrea, gonfiore e dolori addominali.

In caso di diagnosi d’intolleranza al lattosio, non è sempre necessario eliminare completamente i prodotti che lo contengono, ma è possibile individuare la quantità massima di lattosio che può essere tollerata senza scatenare sintomi. Se l’intolleranza è grave, è importante fare attenzione e leggere accuratamente le etichette degli alimenti: il lattosio, infatti, è utilizzato in molti cibi pronti.

Terapia

Il trattamento delle intolleranze alimentari consiste nell’eliminare dalla dieta o nel consumare in piccole quantità gli alimenti che provocano la reazione. Dopo un congruo periodo di astensione da questo nutriente, si può provare a reintrodurlo gradualmente nella dieta.

Ricordo come, invece, nelle allergie alimentari, il nutriente allergenico va escluso completamente dalla dieta, perché anche una piccola quantità può scatenare l’allergia. È anche più improbabile che una sua reintroduzione nella dieta possa avere un esito positivo.